Controllo preventivo sulla stampa: è successo a Catania

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Controllo preventivo sulla stampa. Potrebbe suonare come una misura da Medioevo, ma a Catania ieri è successo davvero.

Alle 16:30 la Polizia è entrata nella redazione di Sud, il nuovo freepress d’inchiesta catanese. E ne è uscita con una copia sottobraccio. Si tratta del primo numero – il numero zero è uscito venerdì 17 settembre – che andrà in distribuzione anticipata oggi. Il provvedimento è stato disposto dalla Procura della Repubblica etnea, dopo una denuncia del presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo. Insomma, stando alla legge, il numero di Sud potrebbe arrecare un danno grave e irreparabile a un diritto del Governatore siciliano. Così irreparabile che, se davvero ci fosse, agire dopo l’uscita del numero sarebbe inutile.

Ma di che danno si tratta? Qui si aprono diversi scenari. Per la Procura, il problema sarebbe la possibile «divulgazione di atti pertinenti a indagini in corso coperti da segreto istruttorio che, se pubblicati, rischiano di compromettere l’esito di un’inchiesta ancora aperta». Un’indagine che riguarderebbe appunto il presidente Lombardo per concorso esterno in associazione mafiosa.

Lo stesso governatore, dal canto suo, non può dirsi un lettore affezionato della neonata testata. O meglio, la legge con così tanta attenzione che ha già chiesto alla redazione di Sud un risarcimento di 5milioni di euro, per un articolo pubblicato sul numero zero. Si tratta dell’esposto presentato alla Procura dal primario dell’ospedale catanese Cannizzaro, Alberto Lomeo. Il medico, secondo quanto racconta, si sarebbe rifiutato di firmare il referto di un collega che diagnosticava un aneurisma all’aorta al presidente Lombardo. Risultato di una visita che si sarebbe svolta cinque giorni dopo l’indiscrezione del quotidiano La Repubblica su un possibile arresto dello stesso governatore. Notizia subito smentita dai magistrati.

Infine, c’è la posizione del direttore di Sud, Antonio Condorelli: «Il presidente Raffaele Lombardo e gli altri potenti di qualunque colore politico devono rassegnarsi all’esistenza di un nuovo free press senza padrini e senza padroni». Impresa difficile in una città da sempre abituata a confrontarsi con un solo quotidiano – La Sicilia -, un solo editore – Mario Ciancio Sanfilippo -, un solo direttore – «lo stesso, medesimo, in persona», direbbe Camilleri.

[Foto: l’articolo apparso sul numero zero di Sud]

Un consigliere comunale presunto prestanome

Immagine-2.jpg«Un consigliere comunale presunto prestanome per la mafia. E nessuno ne parla». Il giovane giornalista catanese Antonio Condorelli un paio di giorni fà “esce” questa clamorosa notizia dalle complicatissime maglie della giustizia penale catanese, e ne parla sul quotidiano nazionale “Il Fatto“. La notizia non ha avuto nessuna rilevanza sui quotidiani siciliani nemmeno dopo l’articolo de “Il Fatto”.

Seguendo quanto scritto da Condorelli, già firma nota in città per aver collaborato con Sigfrido Ranucci alla “scandalosa” puntata di Report su Catania, il consigliere Vincenzo Castelli «è sotto processo da due anni. La procura, che nel 2008 aveva chiesto inutilmente al gip il suo arresto, lo considera un prestanome delle cosche e per questo adesso lo accusa di “possesso ingiustificato di valori con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa Santapaola”», e parla di intercettazioni che riguarderebbero contatti diretti con boss mafiosi.

Si attendono reazioni dal Consiglio comunale di Catania, oltre all’avvio del processo, mentre Condorelli ha anche realizzato una intervista telefonica al consigliere, che si dice completmente estraneo ai fatti, e che Condorelli che ha messo su youtube. Potete vedere il video di seguito.