Serafino Famà, un avvocato davanti alla violenza mafiosa

LetiziaBattagliaPalermo-1982light.jpg«Catania nel 1995 era una città difficile, intrisa di omertà, paura e accondiscendenza, purtroppo non molto distante dalla Catania di oggi». Così Flavia Famà ricorda quel 9 novembre di 15 anni fa in cui suo padre fu assassinato per ordine della criminalità organizzata.

Un nome, quello dell’avvocato Serafino Famà, che oggi non dice nulla a molti. Un nome che è salito brevemente all’onore delle cronache nel periodo dell’omicidio e che oggi si perde tra quelli delle centinaia di vittime delle mafie. Un nome, ma soprattutto una storia e un esempio, che verranno ricordati domani alle 16 nell’aula A2 del Monastero dei Benedettini, con il convegno Il singolo davanti la violenza mafiosa. Un momento di memoria attiva che riunirà la famiglia, i ragazzi del suo studio, i cittadini. «Perché credo ancora che ci sia una speranza per questa città», spiega Flavia.

Serafino Famà era un noto penalista catanese, difensore di diversi esponenti della criminalità organizzata come Piddu Madonia – ex numero due di Cosa Nostra e boss di Gela – e gran parte della famiglia mafiosa dei Pulvirenti. Un mestiere che svolgeva con passione, convinto che la tutela legale non potesse negarsi a nessuno. Tra i suoi assistiti c’era anche Giuseppe Maria Di Giacomo, boss a capo del clan Laudani, poi diventato collaboratore di giustizia.

Al momento dell’arresto, Di Giacomo era in compagnia della sua amante. Il legale del boss trovava utilissima per la sua scarcerazione una testimonianza della compagna. La donna però era difesa proprio dall’avvocato Famà, che le consigliò di avvalersi della facoltà di non rispondere. Prima di un favore a un collega, prima di piegarsi alla richiesta di un uomo pericoloso, per l’avvocato veniva la sua integrità professionale, che coincideva con l’interesse della sua cliente.

Giuseppe Di Giacomo venne arrestato. Dal carcere ordinò l’uccisione del suo legale che, raggiunto dai sicari, li convinse di come la colpa fosse in realtà dell’avvocato Famà, che non aveva voluto far loro un favore. Così, la sera del 9 novembre 1995, in pieno centro, due giovani killer a volto scoperto avvicinarono l’avvocato Serafino Famà mentre usciva dal suo studio con un collega e spararono sette colpi con una pistola calibro 7,65. Quattro di questi colpirono l’avvocato, morto poco dopo all’ospedale Garibaldi, dove era stato trasportato dal collega.

[Foto di Letizia Battaglia]